Jaguar&Brody
‘The Blue Umbrella’: Inside a Pixar Love Story
The process began on one of those unusually rainy but otherwise ordinary California days. Pixar camera and staging artist Saschka Unseldwas walking through downtown San Francisco. Something caught his eye. He looked down, studying more closely an object stuck in the gutter in front of him.
Questo tempo che viene non darà dolore,
questo tempo passerà, senza farci del male.
Questo tempo passerà o lo faremo passare
(Bellamore, Francesco De Gregori)

Da quando sono una ex Cornacchia e una semi (in)occupata più o meno 40enne, il tempo passa e gli anni appassiscono come le rose, ho un sacco di cose fare che manco Bersani alle consultazioni. Studiare, innanzitutto, attività in cui non ho mai eccelso neanche da giovane, figuriamoci ora e poi, stare dietro a me stessa.
Attività impegnativa da quando sono rabbiosa.
Una passione, con tante stazioni quanti sono i miei cambi d’umore, una varietà inimmaginabile.
Non ho un Golgota da scalare, qualche croce da portare, quello sì.
Un Barabba da santificare, una Maddalena da perdonare e una volontà da resuscitare, spostando quella pietra e in tre giorni, che poi puzza, come il pesce, come gli ospiti. Come la capacità di sopportarmi mentre mi lamento. Della qualunque. Altro che Grillo e grillini e stelle e stalle.
Sono successe cose, si sono consumate tragedie, ho letto frasi, editoriali, status imbarazzanti. Mi sono tappata gli occhi, chiuso le orecchie e pianto per un dolore non mio. Ma come se lo fosse.
Le pagine scorrono come lancette sull’orologio e che noi lo si voglia o meno, andare avanti è un obbligo.
Mi sento inadeguata, al momento, alla situazione come un agnello a Pasqua o un tacchino sul tetto (vittime sacrificali loro malgrado).
Un giro di toccheta e sono stati i miei peccati.
Alle Congreghe con tutta la famiglia e mio nonno in testa. Alla Processione del Venerdì santo che sta per passarmi sotto casa.
Alle amiche che non chiamo ma tengo strette al cuore.
C’è Passione nel mio Getsemani. Non c’è Fenice che rinasca se prima non brucia. E io, scotto
Persino le mie ansie hanno l’ansia… Charlie Brown

Il papa è l’avvocato di Dio. Peccato che il suo cliente sia morto. (Francis Picabia)

Ieri, guardando con lo stupefatto candore che solo assistere alla storia può darti, quell’elicottero bianco librarsi lento su Roma Capoccia, pensavo (senza intento alcuno di blasfemia eh) che anche il mio posto di lavoro è una sede vacante. Manca, non c’è. Trattasi di un vuoto, di un’assenza.
Certo, personale e non collettiva. Certo, milioni di fedeli non pregano per me. Dovesse bastare, però, ho una nonna che lo fa, con il fervore di almeno cento prefiche.
Inoltre, e non sottovaluterei, nel caso si volesse farmelo (ri)occupare, non occorrerebbe neanche riunire un conclave di eminenze di porporato vestite.
Non che non abbia da fare perché questa ex cornacchia, questa 40enne semi (in)occupata, questa attempata praticante giornalista è riuscita ad accorgersi tre, e dico tre, giorni prima della scadenza dei tempi per inviare la domanda per l’esame da professionista.
Il che ha implicato andare e tornare da Catanzaro, andare e tornare da Cosenza, imbattersi in una posta chiusa per rapina, scambiare un bonifico per un conto corrente, aprirsi un indirizzo PEC (l’inutilissima posta elettronica certificata) iscriversi in fretta e furissima a un corso on line di preparazione all’esame, compilare moduli a iosa, tampinare le sante,sante, sante segreterie di redazione del giornale, nonché Tiziana Aceto, cui va il mio bene sempiterno, perché tutte insieme tampinassero il direttore responsabile affinchè firmasse le carte d’uopo, scrivere un curriculum (che a leggerlo mi boccerei da ora senza se e senza ma) spendere una bancata di soldi, e sottolineo bancata, fare fotocopie del tutto, infilare gli originali in una busta e recarmi alla posta alle 13.25 del 28 febbraio, sul filo di lana, per inoltrare la fatidica raccomandata. Quando l’ho vista lì, timbrata, sono quasi svenuta. Devo decidere se di gioia, panico o stanchezza. Comunque sia, è andata. Me tocca studià.
E voi, fate il tifo per me, che vuoi mettere diventare una 40enne semi(in)occupata professionista?
ps Gualtieri, perdona me.
Occhi di mare senza scogli
il mare sbatte su di me
che ho sempre fatto solo sbagli
ma uno sbaglio che cos’è.
La politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce (Pino Caruso, Ho dei pensieri che non condivido)

Volevo scrivere una cosa, piccola piccola, di politica. Niente analisi, né pipponi. Ma una storia, che dopo lo scoramento post scrutinio – sì, son tra quelli che son perplodepressi – mi ha riportato il sorriso, l’orgoglio di appartenenza e, voglio esagerare, anche la speranza. In queste ore una delle notizie arrivate dalla Calabria più commentate in rete, a parte l’assordante frinir a cinque stelle, è stata quella dell’elezione al senato di Domenico Scillipoti. Lui, il peones. Che imbarazzo, che vergogna. Ai voglia a ironia. Votare l’han votato. E giù battute. Masticavo amaro, come usa dirsi. Quando la luce, mi si appalesa dal nord, dal Piemonte.
L’elezione alla Camera di Celeste Costantino nelle file di Sel. Una giovane donna reggina. Da sempre impegnata. Una laurea in filosofia all’Unical e un master in mediazione culturale. Padre ex ferroviere e mamma che lavorava in una fabbrica di parrucche. Cresciuta al Gebbione di Reggio Calabria. Quartiere tosto.
Arriva presto in politica, con i Giovani comunisti del Prc di Reggio Calabria poi con Nichi Vendola in Sel. Carriera articolata e ricca. Ma Celeste è soprattutto è una donna “daSud”, l’associazione antimafie nata nel 2005. Con Action – diritti in movimento” ha dato vita alla vertenza nazionale sui migranti di Rosarno e al dossier “Arance insanguinate” (2010) dove denunciano lo sfruttamento dei lavoratori africani e la presenza della ‘ndrangheta nelle campagna calabresi. Ha fondato il collettivo “Donne daSud”, nato all’interno dell’associazione antimafie, la rete “Ragazze interrotte” di Sinistra ecologia e libertà e il laboratorio politico “Tilt” con al centro del suo impegno la lotta alla precarietà, il tema del reddito e del welfare per le giovani generazioni. E’ l’autrice della grafic novel “Roberta Lanzino, ragazza”. Il primo fumetto sul femminicidio in Italia. E di un sacco di altre cose che trovate meglio spiegate sul suo sito.
Io non la conosco personalmente. Ho solo letto di lei. Però, oggi, proprio oggi, mi fa piacere parlarne. Per farcela conoscere. Perché la Calabria, è anche Celeste. E io, ne sono orgogliosa.
Ah, nel suo Pantheon c’è Rosa Parks. La donna che non si alzò. Era una sarta, divenne famosa per aver dato origine, nel 1955, al boicottaggio degli autobus a Montgomery. Una battaglia contro la segregazione. Si rifiutò di lasciare il suo posto sull’autobus a un bianco. Divenne un’icona dei diritti civili. E’ morta nel 2005 a 92 anni
http://www.celestecostantino.it/ per saperne di più.
Aiutare qualcuno a traslocare è come fare sesso orale, ti sarà debitore per sempre!
(da Scrubs)

Lo so, sono un’incostante, che poi è il motivo per cui neanche da ragazzina, o negli anni complessi e dettati dal batticuore dell’adolescenza, ho mai tenuto un diario. Non perché le cose non mi succedano. Ma, o mi capitano tutte insieme e mi travolgono o ci passo sopra come un panzer, ignorandole, mettendole da parte. Quindi anche ora, 40enne in crisi (sempre con il batticuore) e semi (in)occupata, probabilmente qualcosa di me stessa, finirò per perdermela. La mia nuova vita, del resto, è iniziata come era finita. Con un trasloco (quasi due). Paul Auster in 62 anni di vita ne ha contati 25 (lo scrive, egregiamente, in Diario d’inverno. Un diario, appunto. Mi esercito leggendone) in 40, io, 18.
Lui si muoveva tra Parigi, New York e dintorni. Io più modestamente tra Roma, Cosenza e Bisanzio. E Perugia, come dimenticare i gloriosi anni dell’Onaosi e non solo.
Se tanto mi da tanto lo prendo e magari supero pure, nel frangente potrei anche arrivare a scrivere, non come lui, ma insomma, applicarmi. Tra uno scatolone e un altro. Una lacrima e una crisi di nervi. Alla perenne ricerca di “ma quella sciarpa, dove sarà finita?” o qualunque altro oggetto, svariati a dire il vero, che perdo per ogni trasloco fatto. La mia stanza, nella casa-madre bizantina, è un substrato di scatole svuotate, una stratificazione di ricordi per ordine di luoghi in cui ho vissuti. In ognuno ho lasciato qualcosa di me, foss’anche polvere. Alcune le ho amate, poche le ho detestate, altre sono state solo letti in cui dormire.
Ovviamente ancora non ho finito. Magari. Mi divido, tra la Capitale e la bizantina.
La settima scorsa poi mi sono presa una pausa dalla mia (in)occupazione. Ho fatto la zia h24. Ecco, alla faccia della modernità, quello è un mestiere che potrei fare per sempre. Anche perché, grazie alle mie meravigliose creature, non ho pensato al fatto che l’unica proposta ricevuta (non distinguo tra decente e indecente, non è più stagione) è stata quella di uno stage di tre mesi (gratuito e poi ciao, amico, ciao) . Ah, c’è stato Sanremo. L’ho visto tra una Peppa Pig e un Sandrino l’investigatore.
Giusto il tempo per amare Max Gazzè e Raphael Gualazzi. E Silvestri, vestito. C’ho le scuole basse, in fatto di musica.
…E i ragazzi del trasloco avevano
fatto in fretta
a stanare i miei amori dai cassetti
e dalle scatole di latta
qualcuno in macchina, altri ancora
solo in maglietta
i miei amori via
giù per quelle scale, via
ognuna sola e a bordo
della sua fotografia
traslocando